Nei dintorni di Toscolano Maderno, sulla sponda bresciana del lago di Garda, è possibile visitare la splendida Valle delle Cartiere. È uno degli ambienti più originali nel territorio del Parco Alto Garda Bresciano e una delle più interessanti aree archeologico-industriali in Italia.
Il paesaggio è molto suggestivo e caratterizzato da una folta vegetazione, dai resti delle cartiere immerse nel verde e da forre (gole strette tra pareti rocciose ripide) incise dal corso d’acqua del fiume Toscolano. L’unione tra quello che rimane delle cartiere e la vegetazione offre ai visitatori un paesaggio affascinante, un eccellente connubio tra storia e natura.
Dal punto di vista geologico la Valle si distingue per la presenza di ripidi versanti e strette forre frammiste ai ruderi e agli spazi che un tempo appartennero all’industria. Il suo fascino indubbio è legato anche alla ricchezza e alla varietà della vegetazione, agevolata da un clima mite e favorevole.


Nelle località di Gatto, Maina Superiore e Maina di Mezzo è possibile visitare i resti di alcuni edifici da carta. Appartengono a tre differenti cartiere che presentano caratteristiche comuni e sono un esempio di strutture industriali costruite dal XV al XIX secolo. È possibile osservare intere serie di vasche in pietra per la battitura degli stracci tramite magli e di altre strutture legate al ciclo artigianale della lavorazione della carta.
Il Museo della Carta è stato allestito all’interno della vecchia fabbrica della carta di Maina Inferiore, caduta in disuso nel 1962.
All’interno dell’esposizione i visitatori vengono coinvolti in pieno nella storia e nell’importanza che la carta ha nella vita di oggi e dei secoli scorsi.
Il Museo è diviso in due sezioni: la prima è dedicata alla storia della produzione della carta con reperti descritti anche in inglese e in tedesco. La seconda è dedicata alla carta ai giorni nostri, dall’industrializzazione alle evoluzioni delle tecniche cartiere.
Il percorso che si segue all’interno del museo è strutturato con diversi pannelli esplicativi oltre che con supporti video e macchinari storici d’epoca che fanno capire in modo chiaro l’evoluzione del mondo delle cartiere.
Durante i mesi estivi è possibile raggiungere il museo con un trenino turistico.

In località Luseti, dove esistevano cinque fabbriche di carta, nel XVI secolo venne costruita una chiesetta dedicata ai Santi Filippo e Giacomo, patroni degli operai addetti al funzionamento dei folli delle cartiere. Al suo interno è possibile ammirare pregevoli decorazioni a stucco, recentemente restaurate.
La tradizione cartaria della zona di Toscolano iniziò agli albori del 1300: risale infatti al 1381 un documento notarile in cui si stabilivano precise norme e regolamentazioni per l’utilizzo dell’acqua del fiume da parte dei vari possidenti di cartiere lungo il fiume.
Tra i primi fabbricatori si annoverano i frati domenicani che costruirono due cartiere funzionanti fino al 1772. Bonificarono inoltre parte del territorio tuttora esistente. La materia prima utilizzata erano gli stracci e il cotone di scarto, in seguito venne utilizzato anche il lino per assicurare alla carta maggiore lucentezza.
A partire dal 1470 circa le cartiere della valle ebbero il primato di una produzione di qualità insuperata, tanto da raggiungere anche il mercato dell’Oriente. La carta prodotta in questo luogo veniva inoltre utilizzata per redigere gli atti ufficiali dei vari governi dell’Italia settentrionale e per i decreti dei sultani turchi. Nel Cinquecento l’intero corso del fiume Toscolano era occupato da decine di fabbriche che si susseguivano da fondovalle fino a località Camerate.
Questo periodo florido si interruppe bruscamente a metà del XVII secolo a causa dell’epidemia di peste che portò al collasso la quasi totalità dell’attività cartaria.
Le cartiere vennero abbandonate fino agli inizi del Settecento, periodo in cui si assistette a un ripopolamento della zona. L’attività della produzione cartaria riprese ma molte cartiere fallirono in quanto molti cartai erano troppo legati ai metodi artigianali, ormai superati, ed erano restii a introdurre macchinari innovativi.
Alcuni imprenditori però avviarono la modernizzazione delle loro cartiere e nell’Ottocento le adattarono all’utilizzo dell’energia elettrica in sostituzione alla forza motrice dell’acqua. Spostarono così i luoghi di produzione in prossimità del lago, in una posizione più strategica per i collegamenti e i trasporti. Questo provocò inevitabilmente uno spopolamento della valle e un suo conseguente declino.
Nell’Ottocento la Valle venne completamente abbandonata fino alla decisione di effettuare gli scavi per portare alla luce i suoi antichi tesori.
A oggi la Valle è un sito di archeologia industriale di notevole interesse: dal 2002 al 2006 l‘Università di Padova ha condotto annualmente campagne di scavo atte a riportare in luce alcuni edifici da carta situati nelle località di Gatto, Maina Superiore e Maina di Mezzo.

La leggenda narra che una barca naufragò nel Garda, il vento spezzò l’albero e portò la vela a incassarsi in una insenatura di Toscolano. La forza delle onde ridusse la vela in poltiglia ma l’esposizione al sole tornò a darle consistenza. Quando gli abitanti del luogo si resero conto che quel materiale era adatto alla scrittura fondarono la prima cartiera..
Sulla sponda bresciana del lago di Garda è presente la bellissima località di Sirmione.
Entrando nel paese si rimane subito colpiti dal Castello Scaligero, che porta i visitatori in un’atmosfera d’altri tempi con le sue mura massicce, le sue torri e le sue merlature a coda di rondine.
È completamente circondato dalle acque del lago e prevede l’accesso ai suoi spazi interni attraverso cortili, camminamenti e percorsi che permettono di ammirare un bellissimo panorama e un eccellente esempio di architettura scaligera.
Il Castello è stato costruito alla fine della lunga e stretta penisola che dall’entroterra si spinge in mezzo al lago. Va a definire la parte finale di una lingua di terra che porta i visitatori al centro del lago di Garda, regalando l’emozione di una vista unica da una posizione insolita.
Visitando la zona non si può escludere questa località, un luogo da fiaba che accoglie i visitatori con scorci poetici.


Un tempo si poteva accedere al Castello sia dall’esterno del centro abitato sia dal paese di Sirmione tramite ponti levatoi, oggi è possibile entrare solo dall’interno del borgo.
Varcando la grande porta del Castello, si accede a un cortile rettangolare circondato da alte mura e da torri angolari. Le possenti mura danno la possibilità di osservare la tecnica di costruzione che unisce l’utilizzo dei mattoni con le pietre provenienti dalla vicina collina di Cortine.
È possibile visitare l’ingresso ai sotterranei e i resti murari del Monastero di San Salvatore, di epoca longobarda.
Proseguendo la visita un grande portale ad arco introduce a un rivellino (fortificazione indipendente dalla cinta muraria) e a un primo ponte levatoio, entrambi sono collegati da un corridoio che conduce a un secondo ponte levatoio.
Ai lati del corridoio si aprono gli ingressi al cortile della Darsena (antico rifugio della flotta scaligera) e del secondo cortile, dove una scala di centoquarantasei gradini conduce a un lungo camminamento di ronda e a una postazione di guardia.
Un portico interno offre la possibilità di visitare un lapidario (raccolta di sassi, pietre, rocce) romano e medievale. Inoltre in questa parte del Castello è stata allestita una breve mostra in cui su alcuni pannelli sono riportate le informazioni più importanti riguardanti il luogo.
Da qui è possibile raggiungere la cima del mastio, la torre più alta del Castello.
Nel Castello sono presenti alcuni semplici elementi decorativi, come le picche o le pigne in pietra poste sui camminamenti.
Proseguendo lungo il percorso si raggiunge l’interno della Torre Angolare che conduce ad alcuni camminamenti, decorati con i tipici merli ghibellini a coda di rondine. È possibile accedere a ulteriori camminamenti sulle mura da dove si ammira la Darsena in tutta la sua completezza.
Dal 2018 è possibile visitare la Darsena. Durante il Medioevo questa era costruita interamente in legno, quindi quella che possiamo osservare oggi è una ricostruzione a opera della Repubblica di Venezia sul modello dell’Arsenale di Venezia.


La zona della penisola e dell’isola di Sirmione cominciò a essere abitata a partire dall’antica Età del Bronzo (II millennio a.C.) e tra il IV e il I secolo a.C. fu popolata dai Galli cenomani.
Le tracce archeologiche più recenti risalgono all’epoca romana quando l’importanza di Sirmione è testimoniata dalla presenza in quel periodo di una mansio, ovvero una stazione di posta (una sorta di piccolo albergo) costruita lungo una delle strade principali dell’Impero Romano. Ospitava i viaggiatori che si recavano da Verona a Brescia o viceversa.
Il Castello risale al 1278 circa ed è stato fatto costruire da Mastino I della Scala, signore di Verona, sui resti di un’antica fortificazione romana.
Era un punto nevralgico del sistema scaligero di difesa e di controllo del lago di Garda grazie alla sua collocazione territoriale di confine, in mezzo al lago.
Il Castello con la sua Darsena è un raro caso di fortificazione destinata solamente a uso portuale. Il castello infatti non veniva utilizzato come luogo residenziale.
Le mura e le tre massicce torri maggiori presentano una merlatura a coda di rondine, caratteristica peculiare delle costruzioni scaligere. Dietro queste torri si erge l’imponente mastio, altro 47 metri, sotto al quale si trovavano le celle destinate ai prigionieri. Per aumentare la capacità di difesa del Castello a metà del 1300 furono aggiunti due cortili e una fortificazione indipendente, collegata tramite barbacane (struttura difensiva antemurale) a quella precedente.
Nel 1405 Venezia annette Sirmione alla sua Repubblica e inizia un’opera per ammodernare e migliorare la capacità di difesa del Castello. Irrobustisce le mura e amplia l’ormai obsoleta Darsena degli scaligeri. Su un lato della Darsena viene costruito un fossato esterno che sfocia direttamente sul lago.
Il Castello come lo possiamo ammirare oggi fu definito nel corso di un lavoro di restauro effettuato tra il 1917 e il 1935.


Il luogo è assai suggestivo e può portare il visitatore in un mondo antico e fiabesco. A proposito di questo è nota una leggenda sul Castello: quella di Ebengardo e Arice.
In un tempo lontano e indefinito viveva nel Castello il giovane Ebengardo con la sua innamorata Arice. I due trascorrevano il loro tempo serenamente tra le acque del lago. Un giorno però arrivò al Castello Elalberto che chiese riparo durante una tempesta notturna. La coppia lo ospitò volentieri, ma Elalberto rimase immediatamente colpito dalla bellezza di Arice. Nel cuore della notte dunque raggiunse la camera della ragazza per abusare di lei. Arice cominciò a gridare spaventata ed Elalberto la pugnalò. Ebengardo si svegliò a causa delle grida dell’amata, corse nella sua stanza e la trovò in fin di vita. Accecato dalla rabbia, sottrasse il pugnale e Elalberto e lo uccise. La leggenda narra che ancora oggi nelle notti di tempesta si possa vedere l’anima di Ebengardo vagare per il Castello alla ricerca della sua Arice.
Con quale gioia e felicità ti rivedo
Sirmione, gioiello delle penisole e delle isole,
fra tutte quelle che il duplice Nettuno accoglie nei
chiari laghi e nei vasti mari!Caio Valerio Catullo
Sulla costa meridionale del lago di Garda, all’estremità della penisola di Sirmione, si trovano i resti della villa romana nota da secoli con il nome di Grotte di Catullo.
È possibile raggiungere il luogo passeggiando attraverso il pittoresco centro di Sirmione per circa un chilometro, oppure usufruire di un trenino elettrico presente nei mesi estivi.
A oggi la Villa è una testimonianza fondamentale del periodo romano nel territorio di Sirmione ed è l’esempio più imponente di villa romana presente nell’Italia settentrionale.
Si tratta di un piccolo gioiello al centro del lago di Garda, da cui si può godere di una vista eccezionale e ci si può immergere nella storia e nella cultura della zona. Una suggestione unica per una visita che ci porta in uno dei cuori delle bellezze italiane.


L’area archeologica delle Grotte di Catullo è circondata da un pregevole uliveto con oltre 1500 piante e dalle acque del lago di Garda, dal luogo si può godere di una splendida panoramica del lago e della zona circostante.
Le Grotte di Catullo riuniscono i resti di una delle maggiori ville residenziali del nord Italia. Il complesso archeologico copre un’area di circa due ettari e ancora oggi è stato portato alla luce solo parzialmente.
La Villa fu costruita con una pianta rettangolare (di 167 x 105 metri) con due avancorpi sui lati corti nord e sud. Per superare l’inclinazione del banco roccioso su cui fu impostato l’edificio vennero create grandi opere di sostegno nella parte settentrionale e furono effettuati imponenti tagli per modellare le rocce. Questi sono ben visibili sul lato ovest sul lato orientale dell’avancorpo settentrionale.
I resti visitabili oggi si trovano quindi su tre livelli diversi: del settore settentrionale sono rimaste parti della grandiosa costruzione, mentre nulla è rimasto della zona abitativa crollata nel III secolo d.C.
È possibile visitare il piano nobile (gli ambienti di abitazione del proprietario), intermedio e inferiore. Il primo è il più danneggiato poiché la Villa dopo il suo abbandono è stata per secoli una cava di materiali.
Lungo il lato occidentale, oggi è visitabile il criptoportico, una lunga passeggiata un tempo coperta. Le parti residenziali dell’edificio erano situate nelle zone nord e sud, mentre la parte centrale, costituita oggi dal Grande Oliveto, era occupata da un esteso giardino.
I visitatori possono percorrere lunghi corridoi terrazzati sui lati est e ovest che venivano probabilmente utilizzati come passeggiate-belvedere.


Dal 1999 all’interno del parco della Villa è presente un piccolo museo archeologico organizzato in più sezioni che ospita numerosi reperti provenienti dagli scavi nella zona delle Grotte di Catullo e dalle altre ville romane presenti sul lago di Garda. Il Museo espone, oltre alla pianta generale della Villa, testimonianze fotografiche degli scavi, dei restauri e reperti particolarmente interessanti come mosaici pavimentali, oggetti in bronzo e ceramica, frammenti di stucchi, affreschi e una scultura raffigurante la testa di uno dei Dioscuri (personaggi della mitologia greca). L’illuminazione del Museo utilizza sapientemente la luce solare che dona al luogo un’atmosfera particolare e una colorazione dorata e misteriosa agli oggetti esposti.
La grande Villa, al di sotto della quale sono state rinvenute strutture del I secolo a.C., venne edificata tra la fine del I sec. a.C. e il I sec. d.C.
La Villa era in stato di abbandono già dal III secolo d.C. quando parte della sua decorazione architettonica venne reimpiegata nell’altra villa romana di Sirmione, quella di Via Antiche Mura. Probabilmente non è stata più utilizzata in seguito a un incendio che ne ha danneggiato le strutture.
Tra il IV e il V secolo d.C. le imponenti strutture superstiti della Villa vennero incluse nelle fortificazioni che recingevano la penisola di Sirmione e all’interno dei resti dell’edificio romano furono realizzate delle sepolture.
Nel corso dei secoli molti cronisti e viaggiatori visitarono le rovine ma i primi studi concreti vennero effettuati solo nel 1801 dal generale La Come St. Michel, comandante d’artiglieria dell’esercito di Napoleone Bonaparte. Successivamente il conte veronese Giovanni Girolamo Orti Manara eseguì scavi e rilievi che pubblicò nel 1856 e su cui si basano ancora oggi gli storici contemporanei.
Nel 1939 la Soprintendenza dei Beni Archeologici avviò un programma di scavi e restauri, acquisendo nel 1948 l’intera area.
Durante gli anni novanta del Novecento ulteriori studi hanno confermato che la costruzione fu realizzata attraverso un progetto unitario che definì l’orientamento e la distribuzione degli spazi interni. Le qualità architettoniche della Villa e la sua posizione ne fanno un piccolo gioiello del Garda.
La denominazione Grotte di Catullo in riferimento alla Villa risale al Quattrocento, periodo in cui vennero riscoperte le liriche del poeta latino Catullo. Tra queste il Carme 31 descrive il ritorno nell’amata casa di Sirmione da parte del poeta: questo fece associare i resti a Catullo. In quell’epoca i resti erano visibili anche se quasi tutti interrati e coperti da vegetazione, per questo la Villa prese in nome di Grotte.
Il primo ad attribuire la Villa a Catullo fu lo studioso Marin Sanudo il giovane, nel 1483. Oggi si pensa che sia del tutto improbabile che la Villa appartenesse a Catullo in quanto dovrebbe essere stata edificata successivamente alla sua morte. La struttura precedente del I sec. a.C. avrebbe potuto però appartenere al poeta.


Dal 2012 è ripresa la raccolta delle olive nell’oliveto storico della Villa, dalle quali viene prodotto l’olio extra vergine Grotte di Catullo. Questo accade grazie alla collaborazione dell’UNAPROL e dell’Associazione Interprovinciale Produttori Olivicoli Lombardi (AIPOL) e ai finanziamenti da parte dell’Unione Europea e dell’Italia. In tutta l’area archeologica sono presenti attualmente circa 1500 ulivi, alcuni plurisecolari, appartenenti a tre differenti varietà gardesane: casaliva, leccino e gargnà.